Guardando ai prossimi 12 mesi, il panorama delle minacce percepite appare eterogeneo, con preoccupazioni distribuite in modo piuttosto uniforme. In cima alla lista, però, si colloca il cambiamento tecnologico, indicato dal 23% dei CEO come rischio a cui ci si sente esposti o molto esposti.
Inoltre, l’aspetto su cui i CEO italiani e di tutto il mondo si stanno interrogando maggiormente è se stiano trasformando l’azienda abbastanza rapidamente per tenere il passo con l’evoluzione tecnologica (indicata come preoccupazione prioritaria dal 53% dei CEO italiani e dal 42% dei CEO a livello globale). A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di criticità: il 71% dei CEO ammette di non avere ancora una comprensione piena dell’impatto che l’innovazione digitale potrà avere sul proprio settore e sulla forza lavoro.
Le aziende italiane mostrano livelli di implementazione dell’IA sistematicamente inferiori alla media internazionale in tutti gli ambiti aziendali, e il divario non è soltanto tecnologico ma soprattutto culturale: il 27% dei CEO afferma che nella propria azienda non esiste una cultura favorevole all’adozione dell’IA (contro il 9% a livello globale).
Le imprese stanno affrontando l’evoluzione tecnologica introducendo nuove soluzioni, ma senza un sistema organizzativo capace di sostenerle. Rispetto alla media globale, in Italia si osservano una minore formalizzazione dei processi di IA responsabile e gestione del rischio (34% Italia vs 51% globale), una minore definizione di roadmap chiare per l’implementazione (24% Italia vs 51% globale), una ridotta capacità di attrarre competenze tecniche (21% Italia vs 42% globale) e un minor ottimismo nella valutazione degli investimenti rispetto agli obiettivi (26% Italia vs 40% globale).
In questo contesto, non sorprende che solo l’1% dei CEO riscontri benefici economici derivanti dall’IA, mentre l’82% non osserva variazioni sul fatturato imputabili alla tecnologia. È il segnale di una trasformazione frammentata, che fatica a tradurre gli investimenti tecnologici in valore misurabile.
Per superare questa innovazione incompleta e avvicinarsi ai benchmark internazionali, le imprese italiane hanno bisogno di aprirsi maggiormente all’esterno. La collaborazione con startup, centri di ricerca, partner tecnologici e attori dell’ecosistema rappresenta una leva cruciale per accedere a competenze specialistiche, ridurre i rischi legati alla sperimentazione e accelerare l’adozione di pratiche più mature.
Lavorare in rete consente di trasformare l’IA da promessa a strumento concreto di crescita. Significa anche affrontare in modo più efficace le barriere che, secondo i CEO, limitano oggi l’integrazione dell’IA nelle aziende: mancanza di competenze (46%), difficoltà nel trasferimento delle conoscenze e nella definizione delle esigenze di innovazione (37%), incertezza sui ritorni degli investimenti (31%), preoccupazioni legate a cybersecurity e privacy e resistenza al cambiamento (entrambe al 27%).
Il ritardo dell’Italia sull’adozione dell’IA evidenzia l’urgenza di costruire le condizioni per trasformare l’innovazione in un reale vantaggio competitivo: è il momento per ripensare il modo in cui le aziende costruiscono valore, passando da una logica di adozione frammentata a un approccio consapevole, strutturato e orientato ai risultati. Investire in cultura, competenze e collaborazione permette alle imprese di colmare il divario con i leader internazionali e di trasformare l’IA in un vero motore di competitività e crescita sostenibile.