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I CEO italiani mostrano un moderato ottimismo verso il futuro, pur in un contesto di incertezza. Il 62% prevede una crescita dell’economia globale, mentre la fiducia nell’economia nazionale è più contenuta (49%). Le prospettive aziendali restano positive: oltre un terzo dei CEO si dichiara fiducioso sulla crescita del fatturato nel breve periodo, percentuale che sale al 53% nel triennio.
Nonostante i segnali incoraggianti, circa un terzo dei rispondenti sia in Italia che a livello globale ha dichiarato che l’incertezza geopolitica ha ridotto la probabilità di investimenti significativi. Le aziende puntano soprattutto sul rafforzamento delle difese informatiche, mentre sono meno diffuse azioni strutturali come la riconfigurazione delle supply chain (prevista solo dal 23% dei CEO italiani vs. 18% CEO globali). Rispetto al panorama globale, i CEO italiani percepiscono un’esposizione quasi omogenea ai diversi rischi: cambiamento tecnologico, dazi, rischi informatici, inflazione e carenza di lavoratori con competenze chiave ricevono percentuali simili di preoccupazione, senza una minaccia dominante.
Per i CEO italiani i conflitti geopolitici sono percepiti come meno impattanti rispetto alla media mondiale (solo il 13% si è dichiarato molto o estremamente esposto vs. 23% a livello globale). Anche l'effetto dei dazi risulta più contenuto rispetto ad altre economie: il 22% dei CEO italiani ha dichiarato una riduzione del margine netto (vs. 29% globale) mentre la maggioranza (65% vs. 60% globale) non ha riscontrato effetti significativi. La principale domanda che i CEO si pongono riguarda la velocità della trasformazione aziendale, indicata come preoccupazione prioritaria dal 53% dei CEO italiani. Restano centrali anche i temi della leadership e della capacità innovativa, mentre l’esposizione percepita ai rischi geopolitici rimane minoritaria.
L’adozione dell’intelligenza artificiale in Italia procede più lentamente rispetto al resto del mondo. In tutti gli ambiti analizzati, la percentuale di aziende con una bassa o nulla implementazione dell’IA è superiore alla media globale. Emergono in particolare come deficitarie le aree di definizione della direzione strategica, soddisfazione della domanda e prodotti, servizi ed esperienze.
Il percorso di adozione presenta ampi margini di miglioramento. Un quarto dei CEO italiani (27% vs 9% global) riconosce la mancanza di una cultura favorevole all’adozione dell'IA. Anche i processi di governance, ancora in via di definizione, e un contesto tecnologico non sempre adeguato limitano l'integrazione dell'IA nelle aziende.
Sul piano operativo, le criticità sono ancora più marcate. Un terzo delle organizzazioni (34%) afferma di non aver formalizzato processi di IA responsabile e il 40% dichiara di non avere una roadmap chiaramente definita, quasi il doppio rispetto al 23% globale. Interrogati sulle barriere principali all’implementazione dell’IA, al primo posto troviamo la mancanza di competenze nella forza lavoro (individuata dal 46% dei CEO italiani).
Permangono inoltre difficoltà nel trasferire conoscenze e nello stimare un ritorno certo sull'investimento. A questo si aggiunge un utilizzo dell’IA spesso limitato, privo di integrazione con documenti e dati interni, che riduce l’impatto trasformativo delle tecnologie.
I CEO italiani descrivono un contesto di trasformazione accelerata, con un numero crescente di aziende che entra in nuovi settori: un CEO italiano su due (50%) dichiara che la propria azienda ha iniziato a competere in settori in cui non competeva, una dinamica più vivace rispetto al dato globale (42%). Questa apertura sta già contribuendo in modo significativo al fatturato e l’interesse si concentra soprattutto su business services, assicurazioni, costruzioni e aerospazio e difesa.
Sul fronte dell’offerta, il 65% dei CEO - sia in Italia che nel resto del mondo - segnala un aumento di almeno il 10% delle vendite derivanti da nuovi prodotti e servizi. Molto meno condivisa è però la percezione di un vantaggio competitivo. Il 51% dei CEO italiani valuta la performance di prodotti, servizi ed esperienze al di sotto delle aspettative, pur riconoscendo una buona capacità di attrarre domanda. Solo un terzo delle aziende italiane dichiara che la propria organizzazione sia pronta per guidare con efficacia una disruption (vs. 39% a livello globale) e solo il 23% dichiara di essere in grado di anticipare le disruption prima che si verifichino.
Tra gli ostacoli principali alla performance operativa delle aziende emergono inefficienze organizzative, difficoltà nell’attrarre talenti e processi burocratici superflui. I CEO segnalano inoltre importanti gap di competenze e conoscenze, specie nella comprensione dell’impatto dell’innovazione sulla forza lavoro, nell’intelligence macroeconomica, nell’adozione di processi decisionali data-driven e nella cybersecurity.
Mentre cresce l’entusiasmo verso nuove tecnologie e nuovi modelli, la vera sfida è trasformare questa spinta in risultati concreti, accelerando l’evoluzione culturale, organizzativa e strategica delle imprese.
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